UNA STELLINA PER FRANCESCA
Si risveglio' come sempre nel suo lettino con la nostalgia della sua amica di viaggio e una voglia matta di fragole!
E, meraviglia delle meraviglie, appena apri' la finestra della sua stanza si accorse con stupore che il giardino era pieno,stracolmo di rosse fragoline che sembravano dire mangiami, mangiami!
Ogni lacrima dorata si era trasformata in frutto gustoso!
E le gocce d’oro che aveva raccolto la notte, anch’esse ormai diventate fragole riempivano la stanza del loro delicato profumo.
Francesca non resistette alla tentazione e le mangio'.
Il loro sapore era delizioso!
Ma mentre assaporava il gustoso spuntino Francesca senti' una vocina che chiedeva aiuto:
"Aiutami, aiutami!" Implorava la stellina lo spaventoso buco nero, il terrore di tutti i mondi e di tutte le galassie, sta per inghiottirmi, mi porta via da te e da tutti i miei amici!"
La bambina non sapeva cosa fare per salvarla, ma, d’istinto, incomincio' ad arrampicarsi sull’albero piu' alto del giardino, come per raggiungerla.
E, magia delle magie, grazie alle fragole fatate che aveva mangiato, allungando la mano verso il cielo riusci' ad afferrare la stellina per la coda, strappandola cosi' al suo triste destino.
"Rimani sempre qui, non andartene via" le disse quindi Francesca osservandola mentre diventava sempre più piccola fino a poterla contenere nel palmo della mano.
La stellina accetto' con gioia e rimase per sempre con la bimba.
E da allora ogni anno l’albero di Natale risplende di una luce particolare.

 

STORIA DI UN RE E DI UNA REGINA
Visse un mondo di fasti e tradizioni.
Il cielo era piu' vicino alla terra e la terra si slanciava verso l'alto.
Gli uomini discorrevano nei templi e i teatri erano gremiti.
In una grande città un Re governava con saggezza.
Il Re durante una delle sue passeggiate diurne alzo' il capo e si volse verso una statua.
Egli non ebbe parole e s'invaghi' dell'opera d'arte:
la statua ritraeva una nobildonna del passato...
Durante il giorno il Re, si attardava nella contemplazione dell'opera e la notte le si avvicinava furtivo.
Una notte il Sovrano volle tenerle la mano e la passione lo attraverso':
l'amore allora avvolse il Re e il marmo della statua si animo'.
Il Re aveva un potere:
era in grado di parlare con la statua.
La statua non seppe come ne' perche' e all'improvviso dal suo gelido marmo usci' una bellissima donna.
Con suo grande dispiacere il Re seppe che ogni giorno la donna sarebbe tornata statua.
Di giorno, infatti, incedendo fra la folla, egli poteva soltanto sfiorarla...
Un giorno il Re passo' vicino alla statua e le pose la corona sul capo.
Il popolo capi' ed ebbe una Regina.

 

IL TOPINO GINGLE
In una tranquilla localita' di campagna viveva una comunita' di topini.
Il cielo splendeva sulle case e gli uomini amavano tutti gli animali, anche quelli piu' piccoli.
Un topo di nome Gingle era solito trascorrere il tempo sonnecchiando nella sua cesta.
La banda dei topi del villaggio organizzava escursioni nei tombini, gite nei formaggi e scorrerie nei campi ma Gingle non vi partecipava.
Sembrava che il topolino avesse sempre sonno: amava rimanere nella cesta tutto il giorno indugiando nell'ozio.
Quando fu il giorno del grande raduno dei topi, Gingle non ebbe alcuna voglia di andare.
La cesta dove era solito sonnecchiare erano l'unico posto che avrebbe meritato la sua presenza.
Gli amici si dispiacevano per i continui rifiuti di Gingle ma rispettarono la sua volonta'.
Un giorno fu il compleanno di Gingle e i suoi piccoli amici lo convinsero ad organizzare una festa.
Per quanto Gingle fosse loro riconoscente non aveva alcuna intenzione di essere festeggiato, ma si senti' costretto.
I suoi amici non avrebbero perdonato un altro rifiuto.
Allora Gingle mise il vestito buono e si reco' nei campi per la festa.
Giunto, egli non vide che ciuffi d'erba e capi' che nessuno si era presentato.
I minuti passarono e nulla accadde.
Gingle era dispiaciuto: penso' che gli amici si fossero dimenticati di lui e non riusci' a trattenere le lacrime.
Fu allora che alle sue spalle spuntarono i suoi amici e gli offrirono delle leccornie.
Fu una grande festa.
Gingle quella notte non riusci' a dormire e capì la lezione.

 

IL CAVALLINO DI FEDERICA
Trotta trotterella Federica bella
trotta trottolina la mia tortellina
e me ne vado a spasso con il mio puledrino
e trotto trotto trotto come un bel fagotto.
Mamma mamma guardami vado anche al galoppo
per i verdi prati veloce piu' del vento
e poi incontro un bosco e ritorno al trotto
per attraversarlo e ' meglio che rallento...
e passo, passo arrivo fino al mare
su una bianca spiaggia dove posso riposare.

 

LE ANATRE E L'AQUILA
I freddi venti del nord avevano gia' iniziato a soffiare e le onde del mare ad alzarsi quando le due anatre decisero che era ora di andarsene.
- E' tempo di portare i nostri piccoli verso le Terre del Sud!
Disse l'anatra piu' anziana.
Cosi' le mamme radunarono lo stormo e tutte insieme presero il volo.
Volavano nel cielo azzurro, unite in una forma di grande V.
Attraversarono praterie e foreste, colline e montagne, finche' giunsero in un bellissimo lago, a sud, dove si fermarono.
Ad un tratto sentirono un rumore minaccioso: un' enorme aquila stava volando furiosamente verso di loro!
Le anatre indietreggiarono terrorizzate, ma l'aquila non fece nulla perche' cadde pesantemente nel lago a causa di un'ala spezzata!
Passarono mesi, e l'aquila si lamentava per l'impossibilita' di volare.
Le anatre erano felici di vedere la loro antica nemica in quelle condizioni; non temevano piu'.
Arrivo' la primavera, e le anatre si preparavano a ripartire, ma prima la piu' anziana di loro, decisamente presuntuosa, si avvicino' all' aquila "ferita" e gli disse:
- Finalmente hai avuto cio' che ti meritavi! Adesso non ci potrai piu' prendere, siamo piu' forti e piu' veloci di te!
Ma la furba aquila si era riposata per tutto l'inverno, la sua ferita si era rimarginata e si sentiva piu' forte di prima.
All'improvviso, turbata da tanta arroganza, apri' le sue enormi ali, incutendo paura alle sciocche anatre, che scapparono via di tutta fretta.
I piccoli della coppia di anatre capirono quindi che non bisogna mai dare niente per scontato nella vita, non bisogna essere arroganti e presuntuosi e non dimenticarono piu' quel terribile episodio.
Capirono cosi' che nella vita bisogna essere gentili e mantenere buoni rapporti con tutti gli animali del regno.

 

A CORRERE NEI PRATI
Le gemme son fiorite
sui rami un po' inclinati,
voglion saltar gli agnelli
appena, appena nati.
Volteggiano le nubi
nei cieli sterminati,
e' primavera:
e tutti corrono nei prati!
I coniglietti, un poco rotondetti
corron insieme sui prati,
tirando tanti calcetti.
Cinguettan gli uccellini
dai colori gialli, verdi e smeraldini.
Nei campi sterminati tutti gli animali
van e corrono nei prati!

 

RAPERONZOLO
C'erano una volta una coppia di contadini che erano in attesa del loro primogenito.
La moglie aveva voglie strane e un giorno chiese al marito di portarle dei ravanelli.
Il marito tremo' al pensiero:
sapeva che i ravanelli crescevano soltanto nel giardino del castello della strega.
Nottetempo entro' di soppiatto e riusci' a prendere dei ravanelli per sua moglie.
La moglie, poco soddisfatta, glieli richiese una seconda volta.
Cosi' il povero marito torno' nel giardino, ma questa volta fu scoperto dalla strega.
"Ti risparmiero' la vita, ma solo se in cambio mi darai cio' che hai di piu' prezioso!"
L'uomo accetto' e torno' a casa senza dire niente alla moglie.
Qualche mese dopo nacque una bambina che fu chiamata Raperonzolo in onore della passione della madre per i ravanelli.
Passarono gli anni e intanto la bambina diventava sempre piu' bella, con degli splendidi capelli d'oro.
Ma il giorno del suo settimo compleanno all'improvviso arrivo' la strega e pretese che la bambina venisse via con lei, ricordando al padre di Raperonzolo del loro patto.
I genitori, straziati, acconsentirono.
La strega rinchiuse Raperonzolo in una sontuosa torre, non facendole mancare nulla.
La torre non aveva accessi, e per far salire la strega Raperonzolo buttava giu' la sua lunga treccia.
Passarono anni ed un giorno un principe, passando da quelle parti, scopri' la torre e capi' che all'interno ci viveva una fanciulla.
Riusci' a farsi portare su dai capelli di Raperonzolo.
La fanciulla si innamoro' subito di lui e per qualche tempo i due si videro in segreto.
Ma un bel giorno la strega scopri' tutto e per vendicarsi taglio' i capelli alla povera Raperonzolo, poi la porto' nella foresta, e rimase li' ad aspettare il principe.
Lui sali' su con la treccia tagliata di Raperonzolo, e la strega lo fece precipitare di sotto.
Per la caduta, perse la vista.
Il principe inizio' cosi' a vagare per la foresta alla ricerca della sua amata.
Dopo tante ricerche ed enorme fatica, finalmente trovo' Raperonzolo.
La fanciulla gli corse incontro piangendo, lo abbraccio' forte fintanto che col suo amore e le sue lacrime gli ridiede la vista.
I due giovani riuscirono a fuggire dalla foresta ed andarono nel palazzo dei genitori del principe dove si sposarono e vissero felici e contenti.

 

IL CONIGLIO LADRONE
Un giorno Kalak, il coniglietto biricchino, ebbe voglia di fare un dispetto a qualcuno...
Cosi' ando' a spiare la tribu' delle scimmie.
Nascosto dietro i grandi tronchi, si mise ad osservare i cuccioli di mamma Koso, che saltavano felicemente da un albero all'altro.
Kalak provo' una sorta di rabbia perche' non poteva emularli.
Cosi' gli venne in mente un'idea bizzarra, penso' che avrebbe potuto intrecciare le liane della foresta in modo da formare una ragnatela tra gli alberi.
Nei giorni seguenti numerosi animali rimasero impigliati nella foresta e riuscirono a scappare con grande difficolta'.
Tutti pensavano che fosse un caso...
Qualche giorno dopo, Bobo l'elefante, decise di fondare un nuovo villaggio, ed, essendo il re degli animali, convoco' ogni essere vivente della foresta perche' lo aiutasse a costruire il villaggio.
Vennero tutti, eccetto Kalak.
L'incorreggibile coniglietto aveva sentito il profumo delle buonissime bacche che le mamme scimmie stavano preparando per cena.
Quando nessuno lo vide fece un salto, si infilo' nel campo delle scimmie e rubo' tutte le bacche.
Quando le mamme scoprirono l'accaduto, si infuriarono e corsero ad avvisare il grande Bobo.
Nella jungla del grande Bobo c'era un ladro!
Prima di fondare il nuovo villaggio avrebbero dovuto scoprirlo ed eliminarlo.
Il giorno dopo il grande Bobo chiese al leone di appostarsi vicino, e di saltare addosso al ladro quando fosse arrivato.
Ma Kalak, nascosto fra i cespugli, senti' tutto e preparo' una trappola per il leone.
Il giorno dopo il leone rimase intrappolato nella rete, ma quando lo trovarono, per la vergogna non ebbe il coraggio di dire che era stato beffato da un coniglio!
Nei giorni seguenti anche altri animali come Mbo, il bufalo, e Xaus, il serpente, provarono a fermare il terribile ladruncolo, ma... niente da fare, tutti si vergognavano a raccontare del coniglio.
Poi fu la volta del ghepardo, della zebra, del rinoceronte e dello sciacallo; ma intanto Kalak continuava a rubare le bacche di Polo.
L'unica che non aveva ancora provato era Gnu, la saggia e riflessiva tartaruga.
Gnu ando' da Bobo... e gli disse:
"Fammi cospargere di sale e mettere in mezzo alle bacche, cosi' prendero' il ladro."
Cosi' fu.
Il giorno dopo Gnu fu in gran segreto cosparsa di sale e nascosta in mezzo alle bacche.
Il coniglio fannullone, ignaro di tutto, si lancio' fra le bacche pronte, incomincio' a mangiare le bacche, questa volta trovandole particolarmente saporite... ma prima che potesse finire, venne afferrato a una zampa da Gnu.
Il coniglio grido', supplico', tratto' ed offri' doni, ma senza alcun risultato.
Quando arrivarono tutti gli animali e videro chi era in realta' il ladro, decisero di ripagarlo nello stesso modo in cui erano stati trattati.
Per sei giorni rimase senza mangiare, e per tutto il giorno dovette rimanere appeso ad un albero con un nodo.
Quando la lezione termino', il coniglio dispettoso, che nel frattempo era dimagrito assai, fu lasciato libero dagli altri animali i quali gli fecero capire che era meglio lavorare per mangiare piuttosto che rubare, e che se un ladro puo' scappare una volta, di sicuro prima o poi sara' catturato.
Kalak imparo' la lezione.

 

PAPERINO IL SIMPATICO IMBIANCHINO
Ecco Paperino il simpatico imbianchino
con la scala va su e giu'
per dipingere di blu
questo mondo bianco e nero
dove tutto e' troppo vero
Lui lavora col sorriso,
ha negli occhi il Paradiso
grande amico dei bambini
e' il miglior degli imbianchini
Per dipinger dei cestelli
usa sempre i suoi pennelli
Che usi il giallo, il verde o il rosa
fa risplendere ogni cosa
Ogni volta che lo incontro
c'e' una cosa che riscontro:
- che sia stato Paperino
il simpatico imbianchino
cui il Buon Dio ha ordinato
di dipingere il Creato?

 

LING E L'UCCELLO DELLA FELICITA'
Un tempo il Tibet era una terra rigogliosa e solare.
Dopo una terribile tempesta scatenata dall'ira dei tre grossi draghi delle montagne questa bellissima regione si era trasformata in una terra fredda e oscura, priva di acqua e vegetazione.
Qualcuno, fra i suoi abitanti, dava la colpa di tutto questo al fatto che l'uccello della felicita' avesse abbandonato quella zona.
In realta' l'uccello era stato rinchiuso dai draghi in una gabbia d'oro e cristallo e portato nel territorio delle nevi perenni, dove tre enormi draghi difendevano il suo nascondiglio.
Un giorno Ling, un giovane coraggioso che voleva salvare la sua terra decise di andarlo a riprendere, malgrado tutti i pericoli che avrebbe incontrato.
Si mise in cammino ed ad un tratto si trovo' di fronte un drago fiammeggiante che gli disse:
- Dove credi di andare? Come osi passare in questa zona?
Il ragazzo rispose che andava alla ricerca dell'uccello della felicita'.
E il drago replico':
- Non ci riuscirai mai! Io e i miei fratelli ti annienteremo!
Diede un colpo con la coda e di colpo la terra si trasformo' in una foresta di rovi.
Ling la attraverso' senza paura, anche se si feri' e si graffio'.
Quando finalmente riusci' ad uscire si trovo' di fronte a un altro drago, ancora piu' temibile del precedente:
- Non arriverai mai dove vuoi arrivare! e con un colpo di coda genero' un deserto terrificante.
Ling lo attraverso', soffrendo la sete e la fame.
Alla fine del deserto incontro' il terzo drago, che disse:
- Vedrai che cosi' ti fermeremo! e gli diede un terribile colpo sugli occhi!
Il povero Ling divento' cieco ed inizio' a vagare.
Ad un tratto arrivo' vicino al rifugio segreto in cui era tenuto prigioniero l'uccello della felicita', riusci' ad aprire con il tatto la gabbia d'oro e di cristallo con una chiave magica che aveva trovato lungo il cammino.
Ling senti' la sua presenza: l'uccello con le sue grandi ali gli sfioro' gli occhi ridandogli la vista e guarendolo dalle sue ferite.
Ling libero' cosi' l'uccello della felicita' che si alzo' in volo con lui sul dorso riportandolo in Tibet.
Da quel giorno, quel magnifico paese ritorno' ad essere un Paese felice.

 

POLLICINA
C'era una volta una donna non piu' giovanissima, che si sentiva tanto sola ed avrebbe voluto avere un bambino: ando' da una strega del suo villaggio, che le diede un granello d'orzo, raccomandandole di seminarlo in un vaso e di curarlo.
Alcuni giorni dopo sboccio' uno splendido fiore, simile ad un tulipano: i petali si aprirono e ne uscì una bambina bellissima, piccola come un pollice.
La donna le diede il nome di Pollicina.
Per un po' di tempo Pollicina visse felice con la sua mamma umana.
Una brutta notte entro' nella camera della donna, dove Pollicina dormiva in un guscio di noce, un brutto rospo femmina, che decise di rapire la ragazza per farne la moglie di suo figlio.
L'indomani Pollicina si risvegliò e vide cosa le era successo.
Salto' su una foglia e si lasciò trasportare dal fiume, lontano dai due rospi.
Ad un tratto giunse ronzando sopra Pollicina un maggiolino, che la afferro' e la porto' via dalla foglia, nel suo nido.
Ma gli altri maggiolini iniziarono a deriderla, perche' era diversa da loro.
Pollicina se ne andò ed iniziò a vagare nella foresta.
Visse tutta l'estate nella foresta, intrecciandosi le foglie per fare il letto, mangiando le bacche e bevendo la rugiada per dissetarsi.
Ma poi arrivo' l'inverno, comincio' a nevicare e Pollicina non trovo' piu' niente da mangiare e da bere.
Stremata, uscì dalla foresta ed andò a bussare da una famiglia di topi, che viveva vicino ad un fienile.
La accolsero con affetto, e Pollicina pote' lavorare per loro per pagarsi vitto ed alloggio.
Il vicino di casa della famiglia dei topi era una talpa, che si innamoro' di Pollicina ma preferi' per il momento stare zitto ed aspettare che lei si accorgesse di lui.
Nel frattempo Pollicina andava periodicamente a tenere in ordine anche la sua casa.
Un giorno, fuori dalla casa dei Topi, trovo' una rondine che sembrava morta.
Pollicina la prese, la mise nel suo giaciglio, e cerco' di scaldarla e di darle da mangiare.
La rondine si riprese e ringraziò Pollicina.
Per tutto l'inverno Pollicina e la rondine vissero fianco a fianco.
Alla fine dell'inverno la moglie del Topo le annuncio' che doveva cominciare a prepararsi la dote, perche' avrebbe sposato la Talpa.
Pollicina era disperata.
Ritorno' la primavera e la rondine ormai stava bene:
Pollicina le confido' che non voleva sposarsi con la talpa.
Il giorno della partenza, la rondine, che era ormai forte, prese Pollicina sulla sua schiena, e la porto' lontano, verso il cielo piu' azzurro.
Ad un tratto la rondine arrivo' in un regno fantastico, dove c'erano palazzi sontuosi, splendidi giardini, vie trafficate, tutte all'altezza di Pollicina.
C'erano anche degli esseri, identici a lei in tutto e per tutto.
C'era un principe in quel regno, bellissimo, che chiese a Pollicina se voleva sposarlo.
Pollicina capi' di aver trovato la sua gente, finalmente.
Divento' la regina di quel regno e visse felice e contenta con il suo principe.

 

Ho sognato un grande uovo...
Fin da piccolo ho sognato
un enorme uovo colorato,
che avrei donato alla gente
dall'Oriente all'Occidente:
pieno zeppo di sorprese
destinate ad ogni paese.
All' interno ci avrei messo dolcezza,
saggezza e e tanta tenerezza,
l'altruismo, la bonta'
e gioia in grande quantita'.
Tanta pace, tanto amore
da versare in ogni cuore.

 

LA PENTOLA CONTESA
C'erano una volta due amici: Yasir e Osslan.
Yasir fece uno sgarro a Osslan, il quale decise di vendicarsi.
Un giorno Osslan ando' dall'amico e gli chiese di prestargli una pentola.
L'altro acconsenti' ma non con piacere.
Una settimana dopo Osslan riporto' all'amico la pentola che aveva avuto in prestito insieme con un pentolino.
- Ma che cosa e' questo? - gli domando' il proprietario della pentola - io non te lo avevo dato.
- Vedi, la tua pentola ha avuto un figlioletto!
- Se le cose stanno cosi', allora dammi anche quello, mi appartiene!
Intanto sotto i baffi rideva della semplicioneria di Osslan...
Qualche tempo dopo Osslan torno' dall'amico e gli chiese di poter avere la pentola di nuovo in prestito.
Yasir gliela diede, sperando che la famiglia delle pentole continuasse a crescere.
Passarono giorni, poi settimane e Osslan non si faceva vivo.
Alla fine Yasir, oramai sospettoso, si reco' dall'amico a reclamare la pentola.
Appena Osslan lo vide fece un viso addolorato e disse:
- Mi dispiace Yasir, ma la tua pentola e' morta!
- Come, morta? - grido' l'altro arrabbiatissimo - come puo' morire una pentola?
- Caro amico, tu hai creduto che la pentola avesse avuto un figlio e ora perche' non credi che sia potuta morire?
L'altro se ne ando' furibondo e chiese aiuto al grande saggio per riavere l'oggetto che era di sua proprieta'.
Ma il grande saggio, udita la storia, rispose:
- Chi puo' avere figli puo' anche morire!
E lo congedo' con un risatina sotto i baffi!

 

LA FORMICHINA E LA COLOMBELLA
Ad un tratto vide una formica che era caduta dentro una pozza d'acqua.
Per la sfortunata formica quell'acqua era come un immenso oceano dalle onde smisurate.
La formichina, agitando le zampine sottili, si sforzava di tornare verso la sponda che a lei sembrava lontanissima.
Finalmente vide un filo d'erba, cerco' di muoversi fino a raggiungerlo e con un grande sforzo riusci' ad aggraparsi al filo.
Era stata la colomba che glielo aveva buttato perche' potesse salvarsi.
In quel momento un ragazaccio che correva a piedi nudi sull'erba, passo' li' vicino.
In mano aveva un arco che si era fabbricato da se' con un ramo flessibile, un pezzo di spago e una freccia che aveva intagliato con un coltellino da un pezzo di legno.
Vedendo la colombella, penso' "Che magnifica preda!" e si preparo' per scoccare la freccia e colpirla a morte.
La formica capi' l'intento del ragazzaccio e penso' cosa avrebbe potuto fare per impedire quel terribile atto.
Non appena il ragazzo si accinse a scoccare la freccia... urlo' di dolore, la formichina lo aveva morso a un piede con le mandibole taglienti, procurandogli una piccola ferita.
Il ragazzaccio lascio' cosi' cadere l'arco e la freccia per massaggiarsi il piede e vedere quale insetto lo avesse punto.
Quei pochi secondi bastarono alla colomba per volar via, lontano da ogni insidia.
Soccorrere chi si trova in pericolo e' un atto generoso e buono e la riconoscenza ripaga chi lo ha compiuto.

 

LE STAGIONI
Oh che bello!
arriva la Primavera e non si usa piu' l'ombrello
anche se quest'anno c'e' un clima un po' pazzerello!
Arriva arriva la Primavera
col sole che splende da mattino e sera;
poi e' la volta dell'Estate, segue subito l'Autunno
e a scuola torna l'alunno;
per finire inizia l'Inverno
cosi' lungo che e' un'inferno.

 

L'UCCELLO DALLE NOVE TESTE
C'era una volta una bellissima principessa.
Un giorno la ragazza stava passeggiando in giardino quando scoppio' un fortissimo temporale e venne una tromba d'aria che la porto' via con se.
Il temporale era stato causato dall'uccello dalle nove teste.
I genitori disperati, il re e la regina, decisero che chiunque gli avesse riportato la figlia l'avrebbe avuta in sposa.
Un contadino, che stava lavorando in una risaia, aveva visto l'enorme uccello a nove teste portare la principessa nella sua caverna, che si trovava all'interno di una montagna.
Mentre il contadino osservava la montagna arrivo' un tale che gli chiese cosa stesse facendo.
Il contadino gli spiego' tutto e allora l'uomo si offri' di calarlo nella caverna con una cesta per salvare la principessa.
Il ragazzo si fido' e decise di farsi calare nelll'oscurita' della caverna.
Dopo aver salvato la principessa per prima, l'uomo fuggi' via con lei, lasciando il ragazzo nella caverna dell'uccello a nove teste.
Il ragazzo impaurito comincio' a vagare: ad un tratto vide un pesce attaccato alla parete.
Il ragazzo lo stacco' ed il pesce si trasformo' in un altro essere umano che gli promise riconoscenza per l'eternita'.
Insieme riuscirono a uscire da quel luogo angusto e cupo.
Una volta fuori, il ragazzo incontro' un vecchio drago, il quale lo fece salire sulla sua schiena e lo porto' via lontano.
Si trovo' in una spiaggia e mentre camminava trovo' una bellissima conchiglia.
La prese in mano e la porto' all'orecchio per sentire il rumore del mare; invece senti' la voce di un orca, la madre del pesce che aveva salvato.
L'orca per contraccambiare la sua generosita' gli offri' ospitalita' e protezione.
Il ragazzo visse per qualche tempo in fondo al mare, e poi decise di tornare sulla Terra perche' sentiva che solamente da lui sarebbe dipesa la salvezza della bellissima principessa.
Prima di andare via l'orca e suo figlio gli regalarono una bottiglia magica che avevano trovato in fondo al mare.
La principessa stava per sposare l'impostore quando arrivo' il giovane che verso' per terra l'acqua contenuta nella bottiglia.
L'acqua formo' uno specchio magico nel quale si vide cosa era veramente successo nella caverna.
L'impostore fu allontanato e il ragazzo sposo' la principessa e vissero tutti felici e contenti.

 

IL LIBRO MAGICO
Lunedi' per cominciare
con un libro da guardare,
da toccare e da mangiare!
Non si buca, non si strappa
e non si macchia con la pappa,
non scolora anche se casca
dentro l'acqua della vasca!
Il bagnetto potrai fare
senza mai piu' sbuffare
e con lui potrai giocare!

 

STORIA DI UN PROCIONE
C'era una volta un simpatico procione che aveva dormito tutto il giorno nel tronco cavo di un albero.
Verso sera si sveglio', si stiro' un poco e spinto dalla fame, ando' a cercare qualcosa da mangiare.
Nel bosco c'era un laghetto, e man mano che il procione si avvicinava vedeva gli animali dello stagno.
Per primo il cigno che non appena lo vide si mise a gridare, poi la gru e alcuni uccellini, che, impauriti, volarono via.
Quando il procione arrivo' in riva al lago trovo' solo due crostacei da mangiare.
Mentre si allontanava, calpesto' una famiglia di puzzole, mamma, papa' e dodici piccoli, che stavano tranquillamente dormendo in mezzo all'erba alta.
Oh, disse papa' puzzola, come ti permetti di fare questo?
e guardo' il procione molto male.
- Scusatemi, - rispose il procione, - ero sovrapensiero e non vi ho visti!
- Stai piu' attento la prossima volta,- borbotto' papa' puzzola e il procione se ne ando' via offeso.
Passando vicino ad un albero vide due scoiattoli alla base, ma prima che potesse afferrarne uno dei due, loro scapparono immediatamente in cima a un albero.
- Venite giu' amici,- disse il procione, - non vi faccio niente!
- Non ci pensiamo nemmeno,- gli risposero i due scoiattoli.
Tutti gli animali del bosco temevano che il procione volesse mangiarli!
Poco dopo il procione trovo' un albero, incuriosito guardo' all'interno e trovo' una squisita sostanza di colore ambra e trasparente: era miele!
Inizio' a leccarsi e a prenderne di nuova, quando di colpo senti' una puntura, prima sulla zampa, poi sul naso, poi sulla schiena:
si era trovato in mezzo alle api arrabbiatissime!
Il povero procione scappo' via disperato, inseguito dallo sciame.
Finalmente arrivo' nella sua tana, si chiuse dentro ed inizio' a leccarsi e a leccarsi, finche' non si addormento' dolorante.
Da allora al povero procione e' passata la voglia di andare a caccia di cibo, preferisce accontentarsi di bacche e altre cose piu' semplici della foresta, o aspetta che gli diamo qualcosa noi uomini, e dato che e' un po' birbone ma e' tanto affettuoso e simpatico, possiamo anche lasciarci intenerire!

 

KEIRA, LA CARDATRICE SCOZZESE
C'era una volta una ragazza, figlia di contadini, molto bella, ma anche molto pigra.
Sua madre infatti non era riuscita ad insegnarle a filare.
I suoi unici passatempi erano andarsene a zonzo per i boschi, a cercare gli animali e a guardare i ruscelli scorrere, malgrado la madre la rimproverasse in continuazione.
Un giorno la madre perse la pazienza, le diede in mano sette matasse di lana e le disse:
- dovrai filarla entro tre giorni, altrimenti ti mandero' via da casa!
La ragazza capi' che la madre era veramente arrabbiata e cosi' provo' a mettersi al lavoro:
ma in breve tempo le sue manine si riempirono di calli e la sua bocca, a forza di tagliare il filo, si rovino'.
Cosi' la ragazza si arrese e spaventata decise di non andare avanti.
Giunta vicino ad un torrente, incontro' una vecchina, con le mani e la bocca rovinate a causa degli anni e del lavoro.
Stava filando.
La ragazza si fermo' a guardarla con ammirazione e le disse:
- Siete molto brava, cara nonnina.
Io sto imparando a filare ma sono un disastro.
Le sarei grata se potesse darmi qualche consiglio.
- Portami qui la lana ed io ti aiutero'. - Rispose la vecchina.
La ragazza le porto' la lana e la vecchina spari' di colpo.
Cosi' si addormento' aspettando che tornasse.
Verso sera, fu svegliata da una voce che diceva:
- La bimba che dorme sulla collina non sa che il mio nome e' Keira.
Nella roccia c'era una piccola caverna:
lei guardo' dentro e vide che dava su una caverna in cui la piccola vecchina stava filando tutta la sua lana, con l'aiuto di altre due minuscole vecchine come lei, deformate anche loro dagli anni e dal lavoro.
Dopo poco la vecchina usci' dalla caverna e consegno' alla ragazza la lana pronta.
La ragazza torno' a casa, mangio' sette cosce di pollo che trovo' vicino al fuoco per lei e si mise a dormire.
L'indomani mattina la madre fu molto contenta nel vedere che aveva fatto il lavoro e si mise a canticchiare tra se':
- La mia bimba ha filato sette matasse di lana, la mia bimba ha filato sette matasse di lana!
Un nobile di quelle terre stava passando da quelle parti quando senti' quella donna che cantava:
incuriosito si avvicino' per vedere di chi si trattasse.
Cosi' vide la bella ragazza e se ne innamoro' subito e chiese alla madre la sua mano.
Purtroppo la madre le ordino' di nuovo di lavorare la lana e la ragazza, disperata, corse di nuovo da Keira a chiederle aiuto.
- Portami qui il tuo fidanzato!
La ragazza porto' il giovane li' e si trovarono di fronte a tre vecchine sformate.
Allora il giovane nobile chiese:
- Perche' siete cosi' brutte?
- Perche' e' una vita che filiamo la lana!
Allora il nobile decise che la sua fidanzata non avrebbe piu' filato.
I due ragazzi si sposarono e vissero felici e contenti, con Keira e le sue sorelle che si occupavano delle faccende di casa.

 

FILASTROCCA PER LA MAMMA
Ho chiesto a un poeta di farmi una poesia
con tanti auguri per te,
mammina mia;
ma il poeta ha risposto
che il verso non gli viene,
cosi' ti scrivero' solo:
Ti voglio tanto bene!
Cosa a mammina regalero'
per la sua festa ancora non so...
Forse un castello le piacera'...
Un principe no...
Lei ha gia' il mio papa'!

 

IL CANE E L'OSSO
C'era una volta un cane molto ghiotto che stava sempre fra la spazzatura alla ricerca di qualche avanzo da mangiare.
Gironzolava in continuazione tra i mercati e le case, cercando cibo e abbaiando alle persone per farsi dare un osso o un pezzo di pane.
In questo modo non riusciva ad ottenere gran cosa, ma un giorno trovo' un enorme e succulento osso, all'inizio non pote' credere ai suoi occhi, penso' che si trattava di una visione... "chi poteva avere abbandonato quel meraviglioso ben di Dio?!"
Si lancio' su quel cibo assai appetitoso, lo inizio' a rosicchiare coi suoi denti e, rendendosi conto che era reale e che non stava sognando e avendo paura che qualcuno glielo potesse rubare, scappo' via correndo in cerca di un luogo dove poterselo gustare in santa pace.
Passando vicino a una bancarella, si meraviglio' vedendo che in un grande recipiente pieno d'acqua c'era un altro osso piu' grande e appetitoso rispetto a quello che aveva in bocca.
Non era possibile che nello stesso giorno quel miracolo succedesse ben due volte: un'altra prelibatezza assai piu' grande ed invitante rispetto alla prima! Incredibile.
Il cane si fermo' a guardare fisso l'acqua come ipnotizzato e piu' guardava piu' si convinceva che l'altro osso fosse migliore del suo.
Cosi' penso' che non dovesse essere difficile ottenere il nuovo cibo.
Allora disse a se stesso che doveva stare attento ed agire con furbizia per portare avanti il suo piano.
Piano piano si avvicino' al bordo, guardo' nell'acqua e quando si trovo' a pochi centimetri dalla superficie non pote' piu' resistere, spalanco' la bocca per afferrare la delizia che gli sembrava stesse galleggiando nel recipiente.
Naturalmente, non appena aprì la bocca gli cadde l'osso che aveva in bocca e contemporaneamente quell'altro spari', dato che in realta' era solo un riflesso del primo osso.
A volte per seguire un illusione, trascuriamo quello che gia' abbiamo e rimaniamo con niente.
E come dice il proverbio...
"Chi troppo vuole nulla stringe"

 

IL NONNO E IL NIPOTINO
C'era una volta un uomo molto anziano che camminava a fatica; le ginocchia gli tremavano, ci vedeva poco e non aveva piu' neanche un dente.
Quando sedeva a tavola, reggeva a malapena il cucchiaio e versava sempre il brodo sulla tovaglia; spesso gliene colava anche dall'angolo della bocca.
Il figlio e sua moglie provavano disgusto, percio' costringevano il vecchio nonno a sedersi nell'angolo dietro la stufa e gli davano poco da mangiare e in una brutta ciotola di terracotta.
Il povero vecchio guardava sconsolato il loro tavolo, con gli occhi lucidi.
Un giorno le sue mani sempre tremanti non riuscirono a reggere la ciotola, che cadde a terra e si ruppe.
La donna lo rimprovero', ma il vecchio non disse nulla e sospiro'.
Allora per pochi soldi gli comprarono una ciotola di legno.
Un giorno, mentre sedevano in cucina, il nipotino di quattro anni armeggiava per terra con dei pezzetti di legno.
"Che cosa stai facendo?" gli domando' il padre:
"Ecco" rispose il bambino.
"Sto costruendo un trogolo per farci mangiare mamma e papà quando sarò grande".
I genitori allora si guardarono in faccia e alla fine scoppiarono in lacrime.
Fecero subito sedere il vecchio nonno al loro tavolo e da quel giorno lo lasciarono mangiare sempre assieme a loro.
E quando versava il brodo non dicevano piu' nulla.

 

LA PRINCIPESSA CHE NON VOLEVA SPOSARSI
Macienka, una bellissima principessa, non voleva saperne di sposarsi.
Rifiutava sempre le richieste matrimoniali che le facevano i piu' nobili, i piu' ricchi e i piu' potenti personaggi della terra.
Un giorno, il re, suo padre, perdette la pazienza.
E cosi' all'ennesimo rifiuto della figlia per il monarca di un regno vicino, le parlo' con severita':
- Non sei piu' una bambina! L'ora delle nozze, per te, e' giunta.
Fra tre giorni, qui nella reggia, si riuniranno mille giovani, aristocratici, Re, principi, duchi.
Potrai scegliere.
Eccoti una mela d'oro. La offrirai al pretendente che piu' ti garba.
E questi diventera' il tuo sposo.
Macienka non oso' manifestare il proprio rammarico, ma corse immediatamente in giardino e, senza essere vista, getto' la mela nella vasca dei pesci.
Il giorno fissato per la grande scelta, quando il padre si reco' ad annunziarle che i mille pretendenti l'aspettavano nel salone degli smeraldi, la fanciulla confesso' di non possedere piu' la mela d'oro.
Figurarsi il re!
- Possibile che tu abbia perduto la mela magica? Solo con la mela tra le mani avresti capito quale degli aristocratici giovani avrebbe potuto amarti, quale renderti felice!
Macienka capi' di aver commesso una sciocchezza enorme.
- Padre mio, la mela d'oro devo averla perduta in giardino.
Ora vado a cercarla.
- Ma i tuoi pretendenti aspettano.
- Avranno pazienza.
La fanciulla torno' vicino alla vasca e si sedette sul bordo di roccia.
Incomincio'a lamentarsi:
Povera me! Dovro' scegliere uno sposo a casaccio e commettero', senza dubbio, un enorme sbaglio.
Mela, piccola mela d'oro, ti prego, ritorna a galla.
Tu puoi guidarmi, illuminarmi, spingermi verso la felicita'.
Le acque si agitarono, un pesce verde raggiunse, con un guizzo, il grembo della principessa e vi depose la mela d'oro.
- La mela l'hai lanciata a me, dunque sposerai me.
- Sposarti? - s'indigno'la ragazza.
- Sposare un animale? E' follia.
- Mi sposerai. E ti rendero' felice.
Il pesce si rituffo' in acqua e Macienka, con la mela d'oro, si reco' nel salone degli smeraldi.
Guardo' a uno a uno i giovani che si erano presentati al suo cospetto ma non riusciva a decidersi.
Finalmente sussulto'.
Era entrato nella stanza un giovane pallido, vestito di velluto nero, che portava un bizzarro cappello verde a forma di pesce.
La fanciulla, seguendo il suo istinto, gli lancio' la mela.
E subito venne proclamato il suo fidanzamento col misterioso pretendente.
Piu' tardi si scopri che il prescelto era un potente re di un gran reame.
Una strega maligna l'aveva trasformato in pesce e gettato nella vasca, dove era finita la mela d'oro, che lo aveva liberato dal malvagio incantesimo.
Il fortunato si rivelo' anche un uomo saggio, bello e d'animo nobile, e la bella Macienka visse con lui felicemente.

 

IL GOMITOLO D'ORO
C'era una volta un piccolo principe che non aveva voglia di studiare.
Alcune notti, dopo aver ricevuto una bella predica per la sua pigrizia, sospirava tristemente, pensando:
- Arcipicchia! Quando finalmente diventero' grande per fare tutto quello che mi va?
La mattina seguente, il principino, trovo' sul suo letto un gomitolo d'oro dal quale usci' una voce sottile:
- Trattami con cautela, principe. Questo filo rappresenta il trascorrere dei tuoi giorni, man mano che passano, il filo si srotolera' dal gomitolo.
Sono a conoscenza, caro principe, del tuo desiderio di crescere alla svelta, ma fai attenzione! Ti e' concesso il dono di srotolare il gomitolo a tuo piacimento, ma ricorda: tutto il filo che avrai srotolato non potrai riavvolgerlo, perche' i giorni trascorsi non ritornano.
Il principe, per verificare se quello che gli aveva detto la vocina era vero, provo' immediatamente a srotolare una prima parte del gomitolo e in un baleno si trasformo' in un perfetto principe adulto con tanto di uniforme nuova.
Tiro' ancora un po' il filo e subito si trovo' la corona di suo padre sul capo.
Finalmente era diventato re!
Tiro' ancora un poco il filo e chiese al gomitolo:
- Come saranno mia moglie e i miei figli?
Nello stesso istante in cui lo chiese, una bellissima ragazza e quattro bei bambini biondi comparvero al suo lato.
Senza fermarsi a pensare, la sua curiosita' prese il sopravvento e il giovane re riprese a srotolare il gomitolo per sapere come sarebbero stati i suoi figli da grandi.
I figli divennero adulti e il re, guardandosi allo specchio si ritrovo', all'improvviso, nei panni di un vecchio decrepito dai capelli bianchi.
Il re, ormai vecchio, si spavento' al vedere quanto poco filo era rimasto nel gomitolo.
Ormai rimanevano pochi giorni nella sua vita, si erano esauriti a forza di tirare il filo.
Disperato, cerco' di riavvolgere immediatamente il filo, ma senza riuscirci.
A questo punto, la voce sottile che gli era ormai familiare disse:
- Hai sprecato stupidamente la tua esistenza.
Ora tu sai che i giorni passati non si possono recuperare, l'hai voluto provare sulla tua pelle.
Sei stato presuntuoso e pigro per aver voluto veder trascorrere la tua vita senza muovere un dito.
Non hai saputo aspettare, nè lavorare, nè seminare.
Così non hai potuto raccogliere nessun frutto.
Ora soffri, questo è il tuo castigo.
Il re, dopo un urlo di panico, cadde a terra e mori'.

 

L'OSTRICA E IL GRANCHIO
C'era una volta un'ostrica che si era innamorata della luna.
La osservava tutte le notti e quando la luna appariva in mezzo al cielo piena e luminosa, l'ostrica apriva la sua "conchiglia" e rimaneva per ore ad ammirarla in tutto il suo splendore.
Durante una notte di luna piena, un granchio vide l'ostrica aperta e si rese conto che avrebbe potuto mangiarla non appena avesse voluto; inoltre, al buio della notte, sarebbe stato molto più facile.
La notte seguente l'ostrica si apri' di nuovo e il granchio le lancio' dentro una pietra.
L'ostrica cerco' di richiudersi immediatamente ma non ci riusci' a causa della pietra che era rimasta dentro la conchiglia.
L'astuto granchio usci' dal suo nascondiglio e inizio' ad agitare le chele per acchiapparla.
L'ostrica si accorse del pericolo, ma non potendo muoversi inizio' a supplicare le onde del mare che la portassero via.
E cosi' fu.
Sulla spiaggia arrivo' un'onda che la riporto' fra le sue sorelle del mare.
Nel silenzio della notte la piccola ostrica era stata ascoltata dalla sua adorata luna.

 

IL SULTANO CAPRICCIOSO
C'era una volta in Oman un Sultano molto ricco e capriccioso.
Il suo passatempo preferito era mangiare, dato che era molto goloso.
Aveva infatti radunato alla sua corte i migliori cuochi del mondo, i quali ogni giorno si sforzavano per creare nuove e gustosissime pietanze.
Non era facile pero' soddisfare le sue esigenze.
Un giorno, ormai stufo della cacciagione e del pesce, mando' a chiamare il grande cuoco e gli disse:
- Ahmed, ti ordino di trovare qualche pietanza nuova, che non abbia mai provato prima, perche' ormai sto perdendo l'appetito.
Se vuoi continuare a lavorare alla mia corte, dovrai assolutamente ingegnarti per inventare qualcosa di nuovo.
- Va bene. Ci provero'. - rispose il grande cuoco - ma se riesco a soddisfare la Vostra esigenza, che cosa ci guadagnero'?
E cosi' quel ghiottone del Sultano rispose:
- La mano della mia bellissima figlia.
Il giorno seguente, Ahmed servi' al Sultano la nuova pietanza, su un bellissimo vassoio d'oro.
Sembravano cosce di quaglia guarnite con una deliziosa salsa.
Il sultano inizio' a mangiare e urlo' entusiasmato:
- Bravissimo Ahmed! Questa è la pietanza piu' squisita che abbia mai assaggiato.
Puoi dirmi che cos'è?
- E' il suo vecchio pappagallo che abitava nella gabbia d'oro, altezza.
- Maledizione! Mi hai ingannato!
Non ti sposerai piu' con mia figlia!
Il grande cuoco allora si rivolse al Gran Visir, il quale ordino' al Sultano di rispettare la sua promessa.
Il Sultano aveva infatti ordinato un cibo squisito ed era stato soddisfatto.
Cosi' fu.
Il grande cuoco sposo' la bella principessa e... mangiarono prelibatezze per tutta la vita!

 

LO SCIOPERO DEI COLORI
In un paesino piccino piccino, sugli Appennini c'era la fabbrica dei colori.
Un giorno gli operai della fabbrica, stufi di colorare il mondo, decisero di fare un grande sciopero.
Cosi' si riunirono tutti: pennarelli, matite colorate, pastelli, colori a tempera, acquerelli, insomma, proprio tutti decisero di non dipingere piu' il mondo perche' stanchi di cosi' tanto lavoro.
Non appena si diede inizio all'assemblea il colore verde disse:
"Io sono stufo di prati, piante e foglie!".
Poi il giallo e il rosso annunciarono:
"E noi non ne possiamo piu' di dipingere fiori e petali!".
E il blu grido' arrabiatissimo:
"Che dovrei dire io, allora ? Sono il colore che lavora senza dubbio di piu'!".
E l'azzurro aggiunse:
"Non sapete che difficolta' ho a dipingere le sfumature del mare e del cielo!".
Cosi' fu proclamato lo sciopero.
Solamente due colori, sempre in disparte perche' un po' malinconici, non avevano proferito parola:
Il grigio ed il nero.
Al contrario, decisero che quella sarebbe stata l'occasione giusta per governare il mondo.
Ogni cosa perse il suo colore e tutto divenne nero e scuro.
La notte inizio' a prolungarsi nel giorno.
Si offuscarono persino il sole e la luna.
I prati ed i fiori divennero grigi, le citta' ed i paesi furono avvolti da una nebbia desolante.
Di fronte a quella tragedia i bambini di tutto il mondo decisero di riunirsi e di organizzare qualcosa per salvare il mondo colorato.
Iniziarono a protestare tutti insieme:
"Rivogliamo i nostri colori !".
Cosi' decisero di raccogliere tutte le scatole di colori che possedevano, le legarono ad altrettanti palloncini e li lanciarono verso il cielo.
All'improvviso, pero' scoppio' un terribile temporale.
I lampi violenti fecero esplodere tutti i palloncini e le scatole di colori piombarono al suolo in men che non si dica.
Ma i bambini non si persero d'animo.
I bambini sono tenaci.
Cosi' decisero di costruire un bellissimo aquilone colorato, e legarono alla coda le scatole di colori.
L'aquilone era resistente e forte, perchè era stato costruito con tanto amore.
Riusci' infatti a volare oltre le nuvole.
Poco dopo, sulla terra, piovvero gocce di colore che dipinsero ogni cosa, allontanando per sempre il buio.
E per la gioia di tutti la Terra torno' ad essere a colori.

 

L'ALBERO PRESUNTUOSO
C'era una volta un albero molto presuntuoso.
Voleva essere a tutti i costi il migliore.
Sapeva di essere bello e se ne vantava con tutti.
In effetti era un gran bell'albero.
Era alto, con un tronco grande e robusto; i suoi rami erano lunghi e colmi di foglie.
Stava al centro del giardino ed era il piu' appariscente perche' per la sua altezza superava quella di tutte le altre piante.
Sembrava quasi un gigantesco candelabro in un salotto tutto verde.
Nonostante tutti questi privilegi, l' albero non era ancora soddisfatto.
Voleva anche dei frutti!
Pensava:
- sono gia' bello e grande e se riesco ad avere anche dei frutti nessun' altra pianta potra' piu' competere con me.
Cosi' inizio' ad osservare gli altri alberi e ad imitarli.
Un bel giorno, in cima a un ramo spunto' un bellissimo frutto.
- Dovro' alimentarlo bene, affinchè possa crescere molto - penso' l'ambizioso.
Si preoccupo' dunque di nutrirlo piu' che pote'.
E il frutto divenne grande, ma cosi' grande che il ramo non riusci' piu' a sostenerlo e si ruppe!
Cosi' accadde anche con gli altri frutti; diventarono così grossi e pesanti da spezzare in due i rami.
Quel giorno l'albero capi' molte cose.
Si guardo' attorno e per la prima volta inizio' a preoccuparsi degli altri esseri del giardino.
Decise di prendersi cura di tutte le piante; con la sua ombra le riparava dai raggi nocivi del sole e con il suo robusto tronco le proteggeva dalle forti raffiche di vento.
Quel giardino fu sempre curato ed armonioso.

 

L'IMPORTANZA DELL'AMORE
C'era una volta un'isola, dove vivevano tutti i sentimenti: il Buon Umore, la Tristezza, il Sapere, cosí come tutti gli altri incluso l'Amore.
Un giorno venne annunciato ai sentimenti che l'isola stava per sprofondare ed allora prepararono tutte le loro navi e partirono, ma solo l'Amore volle aspettare fino all'ultimo momento.
Quando l'isola fu sul punto di sprofondare, l'Amore decise di chiedere aiuto.
La Ricchezza passó vicino all'Amore su una barca lussuosissima e l'Amore le disse:
- Ricchezza, mi puoi portare con te?
- Non posso c'é molto oro e argento sulla mia barca e non ho posto per te.
L'Amore allora decise di chiedere all'Orgoglio che stava passando su un magnifico vascello:
- Orgoglio ti prego, mi puoi portare con te?
- Non ti posso aiutare, Amore... - rispose l'Orgoglio, - qui é tutto perfetto, potresti rovinare la mia barca.
Allora l'Amore chiese alla Tristezza che gli passava accanto:
- Tristezza ti prego, lasciami venire con te.
- Oh Amore - rispose la Tristezza, - sono cosí triste che ho bisogno di stare da sola. Anche il Buon Umore passó di fianco all'Amore, ma era cosí contento che non senti' che lo stava chiamando.
All'improvviso una voce disse:
- Vieni Amore, ti prendo con me.
Era un vecchio che aveva parlato.
L'Amore si sentí cosí riconoscente e pieno di gioia che dimenticó di chiedere il nome al vecchio.
Quando arrivarono sulla terra ferma, il vecchio se ne ando'.
L'Amore si rese conto di quanto gli dovesse e chiese al Sapere:
- Sapere, puoi dirmi chi mi ha aiutato?
- È stato il Tempo - rispose il Sapere.
- Il Tempo? - si interrogó l'Amore, - Perché mai il Tempo mi ha aiutato?
Il Sapere pieno di saggezza rispose:
- perché solo il Tempo é' capace di comprendere quanto l'Amore sia importante nella vita.

 

LA SPIAGGIA E IL MARE BLU
Dalla spiaggia osservo il mare azzurro e blu che mi piace ogni anno di più.
E' abitato dagli allegri pesciolini, dalle belle conchiglie, e dai cavallucci marini.
Io mi tuffo coi braccioli o il salvagente e se c'è papa' tante volte senza niente!
L'altro giorno, con la sabbia ho fatto un castello, che e' risultato essere assai bello.
Che piacere andare al mare e pensare di non tornare!

 

IN UNA GRANDE FATTORIA
In una grande campagna c'era una grande fattoria abitata da tanti, tanti animali.
C'erano pecore, maiali e cavalli; c'erano piccioni, colombe, polli e galline; c'era anche un cane pastore, di nome Dormiglione, perchè, putroppo, quando arrivava la notte e quindi il momento di fare la guardia si addormentava sempre!
Tutti gli altri animali erano comunque molto affezionati a lui, percio' il padrone della fattoria non volle mai sostituirlo con un altro cane.
Durante una notte, mentre Dormiglione ronfava, una donnola provo' ad intrufolarsi nella fattoria per andare a rapire qualche pollo, ma non riusci' ad entrare, perchè tutti gli animali si accorsero di lei e iniziarono a fare i loro versi a squarciagola, (la mucca, muu, la pecora, bee, eccetera, eccetera), che la fecero allontanare.
Ma l'astuta e molto affamata donnola decise di intrufolarsi di giorno, camuffandosi da veterinario!
Si avvicino' al pollaio e dis se:
"Buongiorno gallinelle, come va la salute?"
"Benissimo dottore - risposero le galline - ma andra' ancor meglio non appena lei girera' al largo da qui!"
Allora l'affamata donnola , che non si dava per vinta, ando' di fronte alla casetta del gallo e urlo':
"Vieni fuori, pazzo! Se ti trovano li' ti mettono nella pentola per fare il brodo!
E il gallo rispose:
"Se invece vengo fuori, faccio una fine migliore?!
A quel punto la donnola, che era stata riconosciuta da tutti, non seppe piu' cosa dire, abbasso' la testa e con la coda fra le gambe se ne ando' via.
Aveva sottovalutato l'intelligenza degli animali della fattoria.

 

LA NICCHIA DEL PICCHIO
Nel tronco di un albero
il buffo picchio
in un sol rosicchio
si è fatto un nicchio
con l'aiuto di un mazzapicchio.
Il simpatico animaletto
in questo suo buchetto
sta tutto solo, soletto.
Ma quando scoppia il temporale
e il fulmine risale
il picchio sta nel suo "monolocale"
rannicchiato come fanno le cicale.
Intanto infuria l'uragano
e il tuono romba e brontola
assai lontano.
Nel nido sicuro e asciutto
il picchio si rifugia,
e ogni tanto sulla soglia
a indagar indugia.

 

LA FAMIGLIA DEI CAPRETTI FURBETTI
C'erano una volta tre capretti, assai Furbetti, che stavano andando al pascolo.
Lungo il cammino c'era un lungo ponte di legno che dovevano attraversare per forza.
Sotto il ponte viveva un orribile mostro con grandissimi occhi ed un'enorme bocca.
Giunse per primo il più giovane dei tre Furbetti e con un buffo passo riusci' ad attraversare il ponte.
- Chi osa attraversare il mio ponte?! - Brontolo' il gigante.
- Oh, sono solo io, il più piccolo dei capretti.
Devo andare al pascolo per diventare grasso - rispose il piccolo Furbetto con voce tremante.
- Ora salgo e ti sbrano in un sol boccone! -disse il terribile mostro.
- Ti prego, non divorarmi: sono troppo piccolo! - rispose il capretto. - Aspetta che passi il secondo dei capretti Furbetti che è molto più grande di me!
- Va bene, vai via! - urlo' impaziente il mostro.
Dopo poco tempo arrivo' il secondo capretto che passo' sul ponte.
- Chi osa attraversare il lungo ponte di legno? - Brontolo' nuovamente il mostro.
- Oh, sono io, il secondo dei Furbetti e devo andare al pascolo per mangiare tanto e diventare grasso - rispose il capretto.
- Ora salgo e ti ingoio in due bocconi! - ruggi' il mostro.
- Ti supplico, non mangiarmi! Attendi che passi mio fratello piu' grande che ha molta piu' ciccia di me!
- Bene. Sparisci! - replico' il cattivissimo mostro.
Subito dopo giunse il maggiore dei capretti, che con un trottar veloce attraverso' il ponte.
Quest'ultimo Furbetto era cosi' grosso che il ponte inizio' ad ondeggiare fortissimo e le tavole di legno incominciarono a cigolare.
- Chi osa attraversare il mio ponte? - Grido' il mostro.
- Sono io, il piu' ciccione dei capretti Furbetti - disse il capretto con una voce robusta.
- Ora salgo su e ti divoro in tre bocconi! - Minaccio' il mostro.
- Non mi fai paura, - rispose il capretto - posseggo due fortissime corna con le quali ti caverò gli occhi! Vieni, vieni qui, che con i miei zoccoli ti riempiro' il muso di bernoccoli!
Così dicendo, il capretto si lancio' contro il mostro a testa bassa e lo fece rotolare giu' nel fiume; poi, continuo' il suo cammino verso il pascolo.
Qui i tre capretti mangiarono cosi' tanta erba da diventare talmente ciccioni che non riuscirono più a ritornare indietro!
Figuratevi che adesso sono ancora là e... mangiano, mangiano, mangiano.

 

L'AVVENTURA DELL'ACQUA
Un giorno l'acqua mentre si trovava nello stato liquido guardo' il cielo e volle raggiungerlo.
In quello stato, il superbo mare, sentì sempre più forte il desiderio capriccioso di salire in alto.
Percio' si rivolse al fuoco.
- Fuoco, fuochino! Potresti aiutarmi a salire in alto fino al cielo? Vorrei poter toccare quelle nuvole che sembrano di panna montata e magari trasformarmi in una di esse.
Allora, potente fuoco, mi aiuterai?
Il fuoco accetto' e col suo calore la rese più leggera dell'aria, trasformandola in sottile vapore.
Il vapore salì sempre più in alto nel cielo, fino a raggiungere gli strati più leggeri e freddi dell'aria, dove nemmeno il fuoco sarebbe potuto arrivare.
A quel punto le particelle di vapore acqueo, gelate per il freddo, furono costrette a unirsi molto strette, diventando così più pesanti dell'aria e ricadendo in forma di pioggia.
Le particelle d'acqua erano salite al cielo con superbia e così furono immediatamente messe in fuga.
La terra immobile assorbì la pioggia, l'acqua rimase prigioniera del suolo per molto tempo e in questo modo pote' espiare il suo peccato di superbia, con una lunga penitenza.

 

LA PICCOLA ROSA
C'erano una volta un re e una regina che non avevano bambini.
Un giorno un grillo parlante disse alla regina che presto avrebbe avuto un bambino.
E cio' accadde.
Il re era cosi' contento della nascita della bimba che organizzo' una festa in suo onore.
Invito' le fate che vivevano nel regno.
Ma poiche' al castello c'erano solo 12 piatti d'oro, una delle 13 fate dovette rinunciare al banchetto.
Ciascuna fata porto' un dono alla piccola.
Ciascuna offri' qualcosa di grande.
All'improvviso apparve la tredicesima fata che non era stata invitata.
Grido' la sua rabbia dicendo:
"Quando la bimba avra' 15 anni si pungera' con una spina e morira'".
I genitori si spaventarono molto, ma la dodicesima fata che non aveva ancora espresso il suo dono disse:
"La ragazza non morira' ma si addormentera' per 100 anni".
Il re ordino' che tutte le spine del regno fossero distrutte.
La principessa crebbe e divento' un miracolo di bellezza All'eta' di 15 anni, un giorno in cui si ritrovo' sola nell'immenso castello, arrivo' ad una porta chiusa a chiave che conduceva ad una vecchia torre.
La sua curiosita' la spinse ad aprire la porta e, dopo una lunga scalinata, entro' in una piccola stanza in cui una vecchina filava la lana.
La fanciulla provo' a filare.
Ma si punse con un fuso e si addormento'.
Nello stesso istante il re e la regina cominciarono ad addormentarsi.
Ed anche i cavalli, i piccioni, i cani, le farfalle.
Un calmo silenzio avvolse il regno e intorno al castello crebbe un rovo spinoso che lo copri' tutto.
Cosi' fu per molti anni.
Nel frattempo molti principi, attratti dalla bella principessa addormentata, avevano tentato di liberarla, ma erano stati punti dalle spine ed erano morti.
Poi un giorno un ignaro principe che cavalcava dalle parti del rovo spinoso fu fermato da un anziano signore che lo informo' della bella principessa che da anni giaceva addormentata nel castello.
Gli disse anche dei falliti tentativi degli altri principi di liberarla e del pericolo di morte che avrebbe corso se avesse tentato di attraversare il rovo spinoso dietro cui si celava il castello.
Il principe disse:
"Non ho paura della morte, entrero' nel castello e liberero' la principessa".
Continuo' a cavalcare e quando si avvicino' al covo di spine, questo si trasformo' in rami fioriti.
Un varco si apri' ed egli lo attraverso'.
Il principe entro' nel castello e vide che tutti i suoi abitanti, compresi i servi e gli animali, erano addormentati.
Dopo un lungo vagare nel castello finalmente giunse alla vecchia torre dove la piccola Rosa stava dormendo.
Il principe fu cosi' sorpreso della sua bellezza che si chino' a baciarla sulla fronte.
In quell'istante la fanciulla si sveglio' e con lei il re e la regina, e tutti i servi e gli animali.
Poi il principe e la piccola Rosa si sposarono e vissero felici e contenti.

 

GLI UNDICI CIGNI
C'era una volta un re che aveva dodici figli:
undici maschietti ed una femminuccia.
Era rimasto vedovo da tempo, e decise di risposarsi.
Ma senza saperlo scelse per moglie una strega, che non andava d'accordo con i suoi figliastri.
Mando' cosi' la sua figliastra a fare la serva in un castello, ma questo non le bastava, per cui trasformo' gli undici figliastri in cigni.
Di giorno erano cigni, e solo di notte potevano diventare umani.
Dopo un anno la figlia torno' al castello e non trovo' piu' i suoi fratelli.
Disperata, decise di partire per cercarli.
Attraverso' valli e pianure, finche' non giunse in un bosco, dove incontro' una vecchia strega buona che filava.
La ragazza le chiese notizie dei suoi fratelli e la strega disse soltanto di aver visto undici bellissimi cigni che facevano il bagno in uno stagno vicino.
La ragazza ando' a spiare lo stagno e vide che di notte i cigni tornavano ad essere i suoi fratelli.
Pote' di nuovo abbracciarli, ma loro le dissero che al mattino purtroppo si sarebbero trasformati in cigni per via della maledizione della matrigna.
Lei raccontò tutto alla strega del bosco, che le suggeri' il modo in cui sciogliere l'incantesimo:
"Dovrai andare in un campo fatato, raccogliere dei cardi, filarli e preparare per loro delle camicie che dovrai far loro indossare per mandare via l'incantesimo!"
La ragazza comincio' ad andare nel campo e a raccogliere i cardi.
La vecchia le aveva anche detto che, se avesse voluto veder esaudito il suo desiderio non avrebbe dovuto piu' parlare con nessuno.
Un giorno, mentre stava raccogliendo i cardi passo' di li' un principe che si innamoro' di lei e decise di sposarla.
La giovane accetto, ma continuo' a filare i cardi e a non parlare.
Purtroppo il principe aveva per madre una strega che fece di tutto per impedire le nozze tra i due.
Arrivo' ad odiare la fanciulla a tal punto che fece credere agli abitanti del regno che era una strega cattiva.
In quel tempo le streghe venivano bruciate vive, e la giovane fu portata al rogo: stava finendo di fare le camicie per i suoi fratelli.
Di colpo arrivarono tutti gli undici cigni e lei rusci' a buttar loro le camicie trasformandoli in umani.
Pote' allora raccontare tutta la sua storia e sposarsi col principe.
La strega cattiva dovette fuggire via dal regno, che fu governato dalla ragazza, da suo marito e dagli undici fratelli con giustizia e dignita'.

 

LA REGINA DELLE API
C'era una volta una coppia che desiderava un bambino ma non riusciva ad averne.
Un giorno il marito ando' in un campo a tagliare del bambu'.
All'improvviso udi' una vocina che lo implorava di non fargli del male.
"Dove sei?", chiese l'uomo.
"In questa canna!", rispose la vocina.
L'uomo apri' la canna di bambu' e trovo' un bambino piccolissimo, con il volto da ranocchio.
Non volle abbandonarlo e lo porto' a casa.
La coppia decise di tenere il bambino con se' e di considerarlo come un figlio proprio, anche se non era molto bello.
Fu chiamato Bambu'.
Passarono gli anni e Bambu' crebbe.
il giorno del suo diciottesimo compleanno, i genitori gli diedero un abito e una spada e lo mandarono al mercato.
Mentre attraversava la foresta, fu fermato da un leone affamato.
Bambu' gli disse:
"Non ho niente da darti oggi. Ripassa domani".
Ma il leone gli rispose:
"Ma io voglio mangiare te!"
Allora Bambù minaccio' di infilzarlo con la spada!
Il leone, intimorito, scappo' via.
Poi Bambu' incontro' un'ape che gli chiese di salvare la sua regina.
La regina era una bellissima ragazza, piccolissima, con due ali argentate, che era rimasta impigliata in una ragnatela.
Bambu' la salvo', e la regina gli regalo' tre semi di melone.
"Questi semi ti aiuteranno a realizzare quello che vuoi.
Bastera' che lo desideri!"
Bambu' andò al mercato.
Di ritorno a casa incontro' di nuovo il leone, ancora piu' feroce ed affamato.
Bambu' desidero' ucciderlo con la spada di suo padre, ed ecco che di colpo riusci' a farlo.
Nel frattempo un seme di melone era svanito dalla sua tasca.
Bambu' scopri' che i semi erano prodigiosi.
Ascolto' il suo cuore e desidero' essere un bel giovane e rivedere la regina delle api.
I due semi sparirono e Bambu' divento' un bellissimo ragazzo.
Apparve la regina delle api, che si trasformo' in una vera ragazza.
I due tornarono a casa, si sposarono e vissero felici e contenti.

 

La bambola Susy
C'era una volta una graziosa bambola di nome Susy che viveva in una citta'.
Tutte le sere sfogliava i libri di viaggi della sua padroncina.
Le sue immagini preferite erano quelle dei prati e dei boschi.
Desiderava tanto vivere in un luogo immerso nella natura.
Un bel giorno i genitori di Lucia decisero di fare una breve gita fuori citta'.
Durante il viaggio, l'auto ebbe un sobbalzo e la bambola fu sbalzata ai margini di un prato.
Susy balzo' in piedi e corse verso il bosco, dove scorse un piccolo scoiattolo che piangeva.
"Perche' piangi?" chiese Susy.
Fra le lacrime, lo scoiattolino rispose:
"Sono Squitti.
Piango perche' Linguetta, il cane da guardia della fattoria, non mi permette piu' di entrare nel suo cortile.
E' tanto dormiglione che tutte le notti, nel suo pollaio, scompaiono pulcini ed anatroccoli, e lui, non sapendo con chi prendersela, accusa me, il suo unico amico!"
Susy volle aiutare Squitti.
Si avvio' co si' verso la fattoria, ed entro' nel cortile.
Le venne incontro un piccolo cane, buffo e paffutello.
La nostra bambola e Linguetta fecero presto amicizia, e presero a discutere della scomparsa dei poveri pulcini.
Susy penso' di fare qualcosa per aiutare Linguetta e scoprire il vero colpevole.
Si incammino' verso il bosco, dove incontro' gli animaletti piu' pettegoli del mondo, gli uccellini, che furono subito d'accordo nel prestarle aiuto.
Cosi', l'ingegnoso piano fu pronto.
Cinguettando allegramente, gli uccellini si recarono sul sentiero dove tutte le sere passava Fox, il volpacchiotto.
Appena lo videro sbucare cominciarono a cinguettare:
"Sapete? Oggi nel pollaio di Linguetta sono arrivati tanti pulcini!"
Il volpacchiotto decise di fare quella notte stessa una visitina al pollaio di Linguetta.
Senza fare il minimo rumore, Fox apri' lo sportello della gabbia e vi si infilo', ma la trovo' completamente vuota!
In quel preciso istante, Susy e Squitti balzarono fuori dal loro nascondiglio e corsero a chiudere l'uscio col catenaccio.
Fox comincio' a piagnucolare:
"Fatemi tornare a casa".
Fu allora che Susy gli venne in aiuto dicendo:
"Ti lasceremo libero appena ci avrai detto dove hai nascosto tutti i pulcini che hai rubato durante le tue scorribande notturne!"
E Fox confesso' tutto!
L'indomani all'alba fu compito di Linguetta andare nel bosco a riprendere le povere bestiole, che fecero ritorno alla fattoria tra la gioia di tutti.

 

ANGELINO, L'ANGELO BAMBINO
Angelino era l'angelo bambino molto scrupoloso.
Il suo nobile compito era quello di annunciare ai genitori la nascita dei loro bimbi.
Purtroppo qualche volta era successo che Angelino era dovuto scendere di corsa a riprendersi il suo fagottino. Questo gli aveva fatto capire che non sempre un bimbo e' ben accetto, ma lui sapeva sempre come rimediare:
il mondo era pieno di genitori pronti a ricevere un "cucciolo" da crescere ed amare.
Ovviamente c'erano dei turni, la fila era lunga e la pazienza diventava sovrana.
Un giorno una coppia di sposini, Marco e Manuela, avevano deciso di metter su famiglia.
Famiglia, appunto!
quindi con un bebe' tutto per loro.
Ma da lassu' non arrivava nessun segno.
Angelino avrebbe voluto accontentarli subito ma, purtroppo, il numero del loro turno era andato perduto.
Intanto Marco e Manuela cercavano di capire cosa fosse successo, cos'avessero sbagliato, ma non trovavano una risposta.
Non restava altro che aspettare.
Passarono due, tre, cinque anni, niente!
Angelino soffriva sapendo di non poterli accontentare.
Arrivo' il tredicesimo anno e, nonostante gli angeli non dovrebbero credere a queste cose, tredici, e' un numero scaramantico.
Proprio in quell'occasione il nostro ardito angioletto frugo' ben bene nelle tasche alla ricerca di un cioccolatino che gli piaceva tanto e all'improvviso sotto le dita trovo' un biglietto di carta.
Incuriosito lo tiro' fuori e lo guardo'.
Era un po' sbiadito, ma leggibilissimo: il numero del turno dei suoi protetti!
In quel momento provo' stupore, meraviglia ma soprattutto vergogna per non averlo trovato per cosi' tanti anni.
Come era solito fare, cerco' immediatamente di porre rimedio e vide che per meta' maggio sarebbe riuscito ad accompagnare giu' sulla terra un bimbo per Marco e Manuela.
Corse veloce a comunicarlo all'orecchio dei nonni che, lanciando un urlo di gioia, cominciarono a trepidare facendo progetti.
Quindi svolazzo' in lungo e in largo sopra le nuvole cercando un maschietto adatto all'occasione.
Angelino lo voleva dolce e simpatico, era il minimo che potesse fare!
e, naturalmente lo trovo'.
Ando' subito a seminare dei "non ti scordar di me", quei piccoli fiori azzurri che aiutano a chi li trova a non dimenticare una persona cara o una speranza. Proprio quando spunto' il primo fiore, Manuela scopri' di essere in dolce attesa!
Angelino sorrise felice da lassu'.

 

La ragazza della noce d'oro
Un giorno la bella Margherita, figlia del guardiano della foresta, nel mezzo di un sentiero trovo' una noce d'oro.
- Hai trovato la mia noce ! Ridammela !- disse una voce che proveniva da dietro le sue spalle.
Margherita si giro' immediatamente e si trovo' di fronte a un piccolo essere, basso, magro e vestito con un giubbotto viola e un cappello a punta.
Dall'aspetto poteva sembrare un bambino ma, osservando meglio il suo sguardo astuto, Margherita capi' che si trattava di uno gnomo.
- Su, andiamo! Riconsegna la noce al suo padrone !- insistette lo gnomo inchinandosi con fare burlone.
- Te la ridaro' se mi saprai dire quante pieghe ha il guscio di questa noce.
Altrimenti, me la terro', la vendero' e con i soldi ricevuti in cambio ci comprero' cibo e vestiti per i bambini poveri.
L'inverno è molto duro e lungo e loro hanno bisogno di tante provviste.
- Lasciami pensare..., questo guscio ha... ha... ottocentocinquantadue pieghe!
Margherita le conto'e scopri' che lo gnomo aveva proprio ragione !
Con le lacrime agli occhi, gli allungo' la noce.
Lo gnomo commosso rifiuto' la noce e disse:
- Tienila con te e conservala. La tua generosita' mi ha colpito.
Di qualsiasi cosa tu abbia bisogno, chiedila alla noce d'oro e questa ti aiutera'.
Senza aggiungere altro lo gnomo spari'.
Miracolosamente, la noce d'oro inizio' a procurare vestiti e alimenti per tutti i poveri della regione.
Margherita non si separo' mai piu' dalla noce, inizio' a viaggiare per la regione e poi per altri paesi per aiutare tutti i bisognosi.
Da quel momento i poveri ebbero una nuova speranza:
la ragazza della Noce d'Oro.

 

Le confidenze di un cane
Un giorno un cane triste si recò dalla volpe, nel bosco, e le chiese se aveva un po' di tempo per ascoltarlo.
La volpe rispose di si' e il cane inizio' a parlare.
- Ti sembrerà impossibile, amica mia, ma non ho più casa.
Sono costretto a girare il mondo e a chiedere l'elemosina.
Ti è mai capitato?
- No - rispose la volpe - non mi è mai capitato perchè ho sempre preferito vivere sola e libera nel bosco.
Ma tu, se non sbaglio non vivevi in una bella casa e avevi un padrone ricco?
- Un padrone ricco si', ma perfido! Proprio perfido!
Io l'adoravo. Gli ero sempre attorno, gli leccavo le mani, abbaiavo per dichiarargli il mio affetto.
Il gatto, invece, con quella sua aria misteriosa, non gli faceva mai le coccole, non rispondeva ai suoi richiami, se ne stava quasi sempre in disparte, egoista e superbo.
Usciva tutte le volte che gli faceva comodo e ritornava quando gli pareva dopo lunghi giorni di assenza.
Ebbene, ci crederesti?
Il padrone mi ha cacciato! E continua, invece, ad ospitare il gatto egoista! Ti rendi conto di che terribile ingiustizia sono vittima?
L'astuta volpe, che conosceva bene gli uomini ed era molto esperta della vita, non si meraviglio', ne' si indignò.
- Caro amico cane, - disse - anche l'affetto, quando non sa esprimersi con la giusta misura, può dare fastidio.
E se l'affetto si manifesta in modo esagerato, a questo è facile che si preferisca l'indifferenza.
Ecco perchè io ho sempre preferito vivere da sola.
Il cane rispose - Le personalita' sono diverse. Tu per natura preferisci stare da sola, io no.
Cosi' non si diede per vinto e ando' alla ricerca di un nuovo padrone... molto piu' affettuoso!

 

LE RANE E I TORI
Una rana, seduta al bordo di un laghetto, stava osservando due tori che litigavano in un prato li' vicino.
- Guarda che terribile lotta! - disse a una compagna che stava seduta accanto a lei. - Cosa potrebbe succederci se quelle enormi bestie venissero qui da noi?
- Non spaventiamoci! - rispose quell'altra - Cosa ce ne importa del litigio di quelle bestie?
Inoltre quegli animali non appartengono nemmeno alla nostra specie.
- Hai ragione - rispose quell'altra, - ma io penso che il vincitore verra' da queste parti a cercare rifugio e a quel punto potrebbe schiacciarci col suo enorme peso se non stiamo attente!
Vedi amica mia, che non senza motivo mi preoccupa la loro lotta. Quando i prepotenti litigano tra loro, i deboli ne pagano le conseguenze!

 

Il contadino astrologo
C'era una volta un re che aveva perso un anello prezioso.
Invano, tento' di cercarlo.
Decise, allora, di inviare un messaggero che informo' gli abitanti delle intenzioni del re.
Se un astrologo avesse trovato l'anello il re lo avrebbe reso ricco.
Un povero contadino di nome Gambara, che non sapeva ne' leggere ne' scrivere, volle provare a fare l'astrologo.
E ando' dal Re.
Questi gli credette e lo condusse in una stanza in cui c'era solo un letto e un tavolo con un librone d'astrologia, penna, carta e calamaio.
Gambara avrebbe dovuto studiare tutto il giorno quel libro, ma non ci capiva nulla.
Comincio' a scarabocchiare il libro con dei segni fatti con la penna.
Siccome non sapeva scrivere, venivano fuori dei segni strani che furono interpretati dai servi, che entravano per portargli il cibo, come appunti di un astrologo molto sapiente.
In realta', erano stati proprio i servi a rubare l'anello.
E, avendo la coscienza sporca , scambiavano le occhiatacce che Gambara rivolgeva loro per darsi aria d'uomo d'autorita', con delle occhiate accusatorie.
Cominciarono ad aver paura d'essere scoperti.
E riverivano il contadino con attenzioni esagerate:
"Comandate, signor astrologo".
Gambara, che astrologo non era, ma contadino, e percio' malizioso, sospetto' che i servi dovessero sapere qualcosa dell'anello.
Penso', allora, di tendere loro una trappola.
Un giorno si nascose sotto il letto.
Entro' il primo servo e non vide nessuno.
Di sotto il letto Gambara disse forte:
"E uno!".
Il servo si ritiro' spaventato.
Entro' il secondo servo e senti' quella voce che pareva venisse di sotto terra:
"E due!".
Sentendo tutto questo scappo' via anche lui.
Entro' il terzo:
"E tre!".
I servi si consultarono e pensarono di essere stati scoperti.
Così decisero di confessare il furto all'astrologo.
"Noi siamo povera gente e se dite al re quello che avete scoperto siamo perduti.
Vi preg o di non tradirci".
Gambara disse:
"Io non vi tradiro', pero' voi farete quello che vi dico.
Prendete l'anello e fatelo inghiottire al tacchino che c'è in cortile.
Poi lasciate fare a me".
Il giorno dopo Gambara si presento' al Re e gli disse che dopo lunghi studi era riuscito a sapere dov'era l'anello.
Il tacchino fu sventrato e nella sua pancia fu trovato l'anello.
Il re colmo' di ricchezze l'astrologo e diede un pranzo in suo onore.
In tavola fu servito un piatto di gamberi, animali del tutto sconosciuti in quel paese.
Quella era la prima volta che se ne vedevano.
"Tu che sei astrologo", disse il re al contadino, "dovresti sapermi dire come si chiamano questi strani animali che stanno nel piatto".
Il poveretto non aveva mai visto bestie cosi'.
Disse tra se' a mezza voce:
"Ah, Gambara, Gambara, sei rovinato!".
"Bravo", fu la risposta del re, che non aveva mai saputo il nome del contadino.
"Hai indovinato, sei il piu' grande astrologo del mondo".

 

Il pastore del Monte Cristallo
C'era una volta uno splendido castello reale che si ergeva sul Monte Cristallo.
In esso viveva una bellissima principessa, la cui mano era stata chiesta da molti principi.
Ma nessuno di loro era riuscita a conquistarla, poiche' nessuno era stato capace di superare la prova che la principessa imponeva ai suoi pretendenti.
L'esame, infatti, era un po' difficile: la principessa avrebbe sposato chi fosse riuscito a raccontare una storia su di lei, ma che lei non aveva mai ascoltato e che fosse verosimile.
Un giorno la principessa udi' uno dei suoi cortigiani cantare una canzone molto bella.
Gli chiese allora, dove avesse appreso la canzone.
Il cortigiano rispose di averla sentita da un pastore di nome Bertoldo.
Egli aveva visto una volta la principessa raccogliere i fiori e si era innamorato di lei, a tal punto da cominciare a scrivere versi e canzoni.
Allora la principessa cerco' di informarsi sul conto del pastore poeta.
Apprese che anche Bertoldo aveva voluto chiedere la mano della principessa, ma gli fu impedito di entrare nel castello, poiche' considerato di rango troppo modesto e quindi indegno di lei.
La principessa cosi' ando' su tutte le furie:
Spettava a lei decidere chi fosse degno della sua mano E per questo diede ordine di condurre Bertoldo al suo cospetto e di fargli raccontare la sua storia.
Cosi' il pastore arrivo' e comincio' a narrare:
- Tanto tempo fa, prima di arrivare sulla Terra, risiedevamo nell’isola felice.
Li' ciascuno di noi aveva un suo compito.
Voi, bella principessa, eravate una regina, stimata da tutti i vostri sudditi per la Vostra bonta' e giustizia, amata per i Vostri meravigliosi occhi turchini, al cui sguardo ciascuno si sentiva rallegrato.
Io, invece, ero un pastore e passavo tutti i giorni sotto alla Vostra finestra suonando per Voi un gaio ritornello.
Per me questo momento era il piu' bello della giornata.
Un giorno un angelo annuncio' che noi tutti avremmo presto vissuto sulla Terra.
Si informo' poi su come ciascuno avesse svolto il compito che gli era stato assegnato e si rese conto che nessuno aveva fatto il suo dovere, ad eccezione di Voi, mia principessa, e di me.
L’angelo ci lodo' molto e ci permise di esprimere un desiderio ciascuno, che si sarebbe realizzato sulla Terra.
Io ero seduto accanto a Voi e guardavo i Vostri splendidi occhi azzurri e non potei fare a meno di desiderare che conservaste questi occhi anche sulla Terra.
E Voi principessa chiedeste che il mio piu' grande desiderio fosse esaudito sulla Terra.
Vedete principessa - concluse Bertoldo - il mio desiderio e' stato esaudito, ma non sono sicuro che l’angelo abbia ascoltato la Vostra preghiera e voglia soddisfare il mio piu' grande desiderio".
La principessa sorrise e stese la propria mano al raggiante Bertoldo, come per donargli se stessa e il suo regno, dato che aveva brillantemente superato la prova.
(Da allora il nome Bertoldo e' rimasto legato al Monte Cristallo:
gli abitanti di Ampezzo lo chiamano tuttora "Croda de Bertoldo", Massiccio di Bertoldo).

 

L'asino che cade nel pozzo
C'era una volta un asino di una contadina.
Un giorno l'asino cadde in un pozzo.
Il povero animale pianse ininterrottamente per ore.
La contadina, affranta dai lamenti dell'asino, voleva tirarlo fuori.
Ma dopo inutili sforzi e tentativi, penso' di lasciar perdere:
l'animale era vecchio e il pozzo secco.
Decise, quindi, di lasciare l'asino sottoterra e di chiudere il pozzo ormai privo di acqua.
Chiese, cosi', aiuto agli altri contadini del villaggio per ricoprire di terra il pozzo.
Il povero asino imprigionato, al rumore delle palate e alle zolle di terra che gli piovevano dal cielo capi' le intenzioni degli esseri umani e scoppio' in un pianto irrefrenabile.
Ma all'improvviso smise di piangere suscitando lo stupore di tutti.
Passarono le ore, le zolle di terra venivano buttate velocemente fin quasi a ricoprire il pozzo interamente.
Finalmente la contadina ebbe il coraggio di guardare in fondo al pozzo e rimase sorpresa per quello che vide.
L'asino era ancora li': utilizzava ogni palata di terra che riceveva sulla testa come un gradino, la scrollava di dosso e la lasciava alle sue spalle.
Man mano che i contadini gli gettavano le zolle di terra, saliva sempre di piu' e si avvicinava al bordo del pozzo.
Zolla dopo zolla, gradino dopo gradino, l'asino riusci' ad uscire dal pozzo con un grande balzo.
Comincio' cosi' a trottare felice.
Con le pale in mano i contadini rimasero a guardare lo spettacolo ed erano talmente allibiti che non erano capaci di dire nulla.
La vita ci butta terra di tutti i tipi e ci affonda in pozzi neri e profondi.
Il segreto per uscire piu' forti dal pozzo e' scuotersi la terra di dosso e fare un passo verso l'alto.
Ognuno dei nostri problemi si trasformera' in un gradino che ci condurra' verso l'alto.
Nei momenti piu' duri e tristi possiamo risollevarci lasciando alle nostre spalle i problemi piu' grandi, anche se nessuno ci da' una mano per aiutarci.

 

LA LEGGENDA DEL PANETTONE
Verso la fine del 1400, la citta' di Milano era governata dal Duca Ludovico il Moro, molto amante delle feste e dei banchetti.
La sera del 24 dicembre, durante il cenone di Natale, tutta la servitu' era impegnata a servire in tavola il Duca e i suoi ospiti.
Il capocuoco era indaffarato a preparare i piatti di carne, gli altri cuochi si stavano occupando dei piatti di pesce.
Cosi' a sorvegliare il forno era rimasto solo Toni, il servo piu' giovane, un ragazzo di dodici anni.
"Toni, stai attento alle focacce che stanno cuocendo", gli aveva detto Ambrogione, il capocuoco.
Ma il ragazzo, stanco per la fatica, si addormento' all'improvviso.
Quando si risveglio', al posto delle focacce trovo' soltanto carbone e fumo: le focacce erano completamente bruciate!
Fortunatamente, Toni era un ragazzo intraprendente.
Senza perdersi d'animo decise di rimediare al disastro che aveva combinato.
Prese la pasta di pane avanzata, la mescolo' con burro, uvetta, canditi, uova, zucchero e mise tutto nel forno.
Ne nacque una specie di pagnotta dolce.
Piuttosto che non servire piu' nulla, Ambrogione accetto' il rischio di portare in tavola quel dolce improvvisato, sperando nella fortuna.
Il dolce ebbe un grandissimo successo, il Duca in persona ando' nelle cucine a complimentarsi con il capocuoco e da quel giorno, il "pan di Toni", ovvero il panettone, non manco' piu' in ogni cenone di Natale.
Fu cosi' che il panettone, nato per caso, divento' tanto famoso.

 

La leggenda dell'albero di Natale
C'erano una volta, tanto tempo fa degli antichi popoli pagani che abitavano nelle fredde terre della Scandinavia.
A partire dal solstizio invernale, cioè nei giorni piu' corti dell'anno, tutti i componenti delle famiglie si riunivano intorno al fuoco, per ripararsi dal freddo.
Era un vero e proprio momento di svago e un'occasione per stare insieme: si cantavano canzoni popolari, si raccontavano storie, ci si scambiava doni e si celebravano i riti pagani.
Tra questi, quello piu' festeggiato era quello del ceppo bruciato per allontanare i giorni corti, che portavano il buio e far tornare i giorni con la luce.
Questo ceppo doveva essere scelto tra i tronchi piu' grandi, preferibilmente di quercia, la quale simboleggia la forza e la solidita' e veniva arso davanti alla famiglia riunita.
In questo modo simbolicamente si bruciava il passato e si coglievano i segni del futuro: le scintille che salivano al cielo simboleggiavano il ritorno dei giorni lunghi.
I doni scambiati tra parenti e amici erano simbolo di abbondanza.
La cenere che il falo' aveva prodotto veniva raccolta e, quindi, sparsa nei campi, con la speranza che portasse abbondanti raccolti.
Oggi questi simboli si ritrovano nel nostro albero di Natale e nelle strade delle nostre citta': le luci e le illuminazioni sono le scintille del falo', le palle e le decorazioni sono speranze di prosperita', l'abete sempreverde la speranza di rinascita, i fili d'oro e d'argento i capelli delle fate.
In questo modo, la tradizione pagana si è unita a quella cristiana:
La luce allunga le giornate e Gesu' Bambino nasce per salvare il mondo.
Poiche' secondo alcune credenze pagane l'abete veniva identificato come "l'albero cosmico", cioe' come la manifestazione divina del cosmo, successivamente in esso venne identificato lo stesso Gesu' Cristo.
L'illuminazione dell'albero e' la luce che Cristo getta sull'umanita', mentre i frutti, i doni e le decorazioni simboleggiano la sua generosita' verso di noi.

 

LA STORIA DI BABBO NATALE
Secondo la leggenda Babbo Natale vive al Polo Nord dove, aiutato da numerosi gnomi, costruisce dei giocattoli da distribuire come doni a tutti i bambini del mondo durante la notte di Natale, con l'ausilio di una slitta trainata da renne volanti e passando e attraverso i camini delle case.
Ma il vecchio rubicondo dalla barba bianca e dal vestito rosso ha una sua storia che ora vi raccontiamo.
C'era una volta in Turchia tanto tempo nel V secolo dopo Cristo un giovane dal buon cuore di nome Nicola, nato e cresciuto in una ricca famiglia, che divenne vescovo di Myra in Lycia.
Nicola era davvero magnanimo e compiva spesso azioni buone.
Un giorno quando ormai era vecchio con una lunga barba bianca aiuto' tre giovani donne poverissime destinate a vivere per strada.
Addolorato dal pianto e commosso dalle preghiere di un nobiluomo impossibilitato a sposare le sue tre figlie perche' caduto in miseria, decise di intervenire la nciando per tre notti consecutive, attraverso una finestra sempre aperta del vecchio castello, i tre sacchi di monete che avrebbero costituito la dote delle ragazze.
La prima e la seconda notte le cose andarono come stabilito.
La terza notte Nicola trovò la finestra chiusa.
Deciso a mantenere fede al suo proposito, il vecchio si arrampico' cosi' sui tetti e getto' il sacchetto di monete attraverso il camino, dov'erano appese le calze ad asciugare, facendo la felicita' del nobiluomo e delle sue tre figlie.
Quando mori', le sue spoglie vennero deposte a Myra.
Nel 1807, pero', un gruppo di cavalieri italiani travestiti da mercanti presero le spoglie del vescovo Nicola, le portarono nella citta' di Bari dove tuttora son conservate.
Fu cosi' che il vescovo Nicola fu santificato e divento' il santo protettore del capoluogo della Puglia.
Ma la notte di Natale San Nicola continua a regalare cibo alle famiglie piu' povere e a di stribuire doni ai bambini di tutto il mondo attraverso i camini e le finestre delle loro case.
Per poter portare a termine il suo compito ha deciso di vivere al Polo Nord da cui puo' vedere meglio e ascoltare i desideri di tutti i bambini del mondo.
Il nome olandese del santo, Sinter Klass, venne importato in America dagli immigrati come Santa Claus, la cui traduzione in italiano e' Babbo Natale.

 

LA LEGGENDA DELLA BEFANA
Un giorno, i Re Magi partirono dall'Oriente carichi di doni, (oro, incenso e mirra) per Gesu' Bambino.
Sulla groppa di cammelli, attraversarono molti paesi guidati da una stella.
Il loro passaggio portava gioia e rappresentava una specie di festa.
Tutti gli abitanti accorrevano per conoscerli e unirsi a loro.
In una di queste citta' una vecchietta brutta e arcigna in un primo tempo voleva andare con loro, ma all’ultimo minuto cambio' idea, rifiutandosi di seguirli.
Il giorno dopo si penti' e cerco' di raggiungere i Re Magi, che pero' erano gia' troppo lontani.
Cosi' la vecchina non vide Gesu' Bambino, ne' quella volta ne' mai piu'.
Da allora la vecchietta brutta ma dal buon cuore, nella notte fra il cinque e il sei Gennaio, volando su una scopa con un sacco sulle spalle, passa per le case a portare ai bambini buoni i doni che non e' ruscita a portare a Gesu' Bambino.
La befana scende nelle case attraverso le cappe dei camini, che simbolicamente rappresentano un punto di comunicazione tra la terra e il cielo e distribuisce due tipi di doni: quelli buoni che sono il presagio di buone novita' della stagione che verra' e il carbone che, invece, e' il residuo del passato.

 

Il ragazzo dal bruttissimo carattere
C'era una volta un ragazzo di nome Andrea, che aveva un bruttissimo carattere.
Un giorno suo padre gli diede un sacchetto di chiodi e gli disse:
"Piantane uno sul muro del giardino ogni volta che perdi la pazienza e litighi con qualcuno".
Il primo giorno Andrea pianto' 37 chiodi nel muro.
Le settimane successive, imparo' a controllarsi.
Man mano che passavano i giorni Andrea litigava sempre meno con i suoi amici.
Il numero di chiodi piantati sul muro del giardino diminui' cosi' giorno dopo giorno.
Andrea aveva, infatti, scoperto che era piu' facile controllarsi che piantare chiodi, dal momento che per piantare un chiodo soltanto doveva prendere un martello pesante e adoperare tutta la forza di cui era capace.
Infine, arrivo' un giorno in cui il ragazzo non pianto' nessun chiodo sul muro.
Allora ando' da suo padre e gli disse che quel giorno non aveva piantato nessun chiodo.
L'uomo gli disse:
"Togli un chiodo dal muro per ogni giorno in cui non hai mai mai perso la pazienza".
I giorni passarono. Finalmente Andrea un giorno poté dire a suo padre che aveva levato tutti i chiodi dal muro.
Il padre condusse il figlio in giardino davanti al muro e gli disse :
"Figlio mio, ti sei comportato bene, ma guarda tutti i buchi che ci sono sul muro.
Non sara' mai come prima.
Quando litighi con qualcuno e gli dici qualcosa di cattivo, gli lasci una ferita come questa.
Puoi piantare un coltello in un uomo e poi tirarglielo via, ma gli restera' sempre una ferita.
Poco importa quante volte ti scuserai, la ferita restera'. Una ferita verbale fa male tanto quanto una fisica.
Gli amici sono dei gioielli rari, ti fanno sorridere e ti incoraggiano.
Sono pronti ad ascoltarti quando ne hai bisogno, ti sostengono e ti aprono il loro cuore."
Le parole del padre aiutarono Andrea a riflettere sui suoi errori.
Da quel giorno lui imparo' ad essere piu' calmo e controllato e conservo' tutti i suoi amici.

 

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lunedì 15 luglio 2002 20.29.01